MAFIA CAPITALE, CONTRORDINE COMPAGNI: IL GRANDE DIBATTITO POST SENTENZA
Riceviamo in Redazione e riportiamo la newsletter “Giuditta’s file” di Daniele Capezzone del 24 luglio 2017
Nei giorni scorsi, è giunto a sentenza di primo grado – come si sa – il cosiddetto processo “Mafia capitale” o “mondo di mezzo”.
E le notizie sono state due: per un verso, una valanga di condanne pesantissime contro gli imputati; per altro verso, il rigetto da parte dei giudici della qualificazione mafiosa dei reati.
Volendo, potremmo esercitarci molto (e con un certo divertimento) su quell’orda di cineasti, romanzieri, attori, commentatori, che proprio sull’idea della mafia a Roma avevano – per anni – costruito un filone di successo, letterario e di intrattenimento, e che ora sono costretti o a uno scomodo riposizionamento “(“Contrordine, compagni!”, come spiegava il gigantesco e incompreso Guareschi!) o a un’inedita (per loro) contestazione di una sentenza.
Oppure potremmo esercitarci (senza alcun divertimento: lo ha fatto in modo lucidissimo e magistrale uno scienziato della politica come Luigi Di Gregorio) sulla bolla di nevrastenia mediatica di cui siamo irrimediabilmente prigionieri, sull’emozione irrazionale come “guida” alle vicende istituzionali e politiche, e quindi con due giunte comunali che a Roma (al di là delle loro enormi responsabilità politico-amministrative) sono state sbalzate via al grido “mafia, mafia!”.
Qui, però, nel nostro piccolissimo, ci sentiamo spiazzati, e non riusciamo ad arruolarci nei due eserciti contrapposti. Certo, non nell’esercito giustizialista (Dio ce ne scampi!), che, dopo la non applicazione romana del 416 bis, sembrano orfani e vedovi. Ma neppure in un fronte un po’ superficialmente contrario, che da un lato (e giustamente!) irride l’altra parte, ma poi omette di considerare la realtà di una corruzione dilagante nella Capitale. Fenomeno vecchio di qualche millennio, a Roma, si dirà: eppure la lettura di alcune centinaia di pagine degli atti (qui, nel nostro piccolissimo, l’abbiamo fatta) mostra uno scenario certamente non mafioso, ma di sistematica intimidazione verso attività imprenditoriali e commerciali, di prestiti che diventano estorsione, di aiuto che diventa spoliazione o sottrazione di un’impresa, magari anche con l’aiuto di minacce o violenza. In decine, anzi centinaia, anzi migliaia di casi…
Questo non in un quartiere difficile di Napoli o Palermo o Buenos Aires, ma a Roma. Tutto ciò avrebbe meritato (senza risse sulla parola “mafia”) una riflessione, un discorso pubblico adulto sulla situazione economica della città, sulla fragilità del nostro sistema economico e produttivo, su un tessuto di extralegalità (e quindi, inevitabilmente, di illegalità) che è destinato ad allargarsi. E invece niente: la cosa non interessa.
Anche perché per risolverla ci sarebbe una medicina difficile e amara: meno tasse, meno spesa, meno debito, meno pubblico, meno economia “controllata”, più credito limpido, più trasparenza, più politiche chiaramente orientate a favore delle piccole e medie imprese, eccetera. Tutte cose che non fanno “titolo”, si sa. Un po’ come il dibattito “politico” nazionale: parlare di progetti veri per l’Italia è noioso e non fa audience, allora molto meglio dedicarsi ai retroscena sulla trentasettesima presentazione del libro di Renzi o alla conta dei peones che tornano all’ovile berlusconiano, accanto agli agnellini brambilleschi.
Una cosa positiva, però, c’è. Se stavolta tutti (procuratori, avvocati, giornalisti) discutono di una sentenza, per criticarla o per sostenerla, speriamo di non sentire più in futuro (quando magari ci sarà una pronuncia giurisdizionale gradita ai sostenitori dell’accusa) la frasetta: “le sentenze non si commentano”. No, si possono commentare, sempre. Possibilmente ragionando, e senza arruolarsi.
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UNA POSTILLA SUL CASO TIM
I superficiali guardino pure alla buonuscita di Cattaneo. I non superficiali si interroghino invece sul non-gradimento politico per l’autonomia mostrata sul campo da Tim negli ultimi anni. C’è chi vorrebbe ancora giocare con la rete (e soprattutto con la banda larga: naturalmente con i soldi dei cittadini), e magari condizionare a questo un semaforo verde “politico” per altri accordi o operazioni televisive. Guardare la foresta, non i singoli alberi…



