Che cosa è la famiglia secondo le scienze psico-sociali
Le scienze psico-sociali considerano la famiglia una struttura che ha come obiettivo e progetto intrinseco la generatività, specificando che il concetto di generatività è ben più ampio di quello di procreazione poiché riassume sia i caratteri della procreatività, sia quelli della produttività e creatività. La famiglia non si limita cioè a procreare e certamente non riproduce (alla stregua del mondo animale), ma genera, dà forma umana, umanizza ciò che da lei nasce e ciò che in lei si lega. La famiglia umanizza, genera l’umano, genera un bene relazionale e lo fa attraverso la sua struttura simbolica.
Ora, dire che la specificità della famiglia consiste nel fatto di dare forma umana, di umanizzare ciò che da lei nasce e che in lei si lega, significa dire che essa ha il compito di dare forma alla struttura soggettiva dei nuovi nati, e questo attraverso una guida e un sostegno che consentano loro di strutturare in modo adeguato la propria personalità e di inserirsi adeguatamente nella realtà imparando man mano a conoscerla, a prenderla in conto per quello che essa è a stabilire con essa una relazione sufficientemente sana e soddisfacente evitando chiusure o fughe patologiche.
COME LA FAMIGLIA DOVREBBE ASSOLVERE IL SUO COMPITO?
Per assolvere tale compito, la famiglia deve porsi come il luogo all’interno del quale è possibile trasmettere qualcosa di un limite, di un impossibile, e ciò può concretamente avvenire attraverso la circolazione di un discorso in cui tutti i suoi membri sono inseriti, discorso che definisce dei posti (necessariamente asimmetrici), dei ruoli e delle funzioni. Detto in altri termini: la famiglia è il luogo all’interno del quale, in un ambiente affettivamente ricco e gratificante che si prende cura di lui con amore e in cui i genitori sanno assumere responsabilmente e senza ambiguità il loro ruolo di guida e di contenimento, il bambino può imparare, senza troppa fatica, ad accettare il fatto che non tutto si può, che siamo inevitabilmente messi a confronto con qualcosa che norma e pone un limite al nostro desiderio nella misura in cui tale desiderio non può porsi come assoluto ma deve fare i conti con quello degli altri, che non siamo onnipotenti e quindi inevitabilmente dobbiamo fare i conti con la rinuncia, la mancanza, la perdita di godimento. Cioè a dire: la funzione della famiglia è quella di rendere familiare, e quindi accettabile, il fatto che ci sia dell’impossibile; e tale funzione è strutturante per il soggetto, ossia dà forma alla struttura psichica soggettiva e getta le basi per un’integrazione non troppo difficile del bambino in un contesto sociale più ampio.
E’ evidente a tutti però come sia man mano andata perdendo peso proprio questa concezione della famiglia, e ciò in parallelo con un’analoga trasformazione del contesto sociale in cui la famiglia è inserita.
L’elemento che maggiormente colpisce – per dirlo in estrema sintesi – sembra essere il passaggio, avvenuto nell’arco degli ultimi decenni, da un’organizzazione verticale, in cui era riconosciuta l’autorità e l’autorevolezza dei Padri simbolici (Dio, lo Stato, il re, il presidente … ) e della loro parola ad un’organizzazione orizzontale, un funzionamento collettivo che sembra volersi emancipare da ogni riferimento ad una posizione di autorità, in cui ogni asimmetria e ogni gerarchia appaiono incongrue: quello che fa legame non è un riferimento simbolico – il riferimento a una norma costituita che consenta di mediare tra posizioni diverse, garantendo un ambito all’interno del quale i conflitti, anziché esplodere, possano trovare una mediazione – ma piuttosto la convinzione di potersi sottrarre ad ogni autorità in nome di una libertà individuale che non sopporta mediazioni né costrizioni e che, contestando ogni disimmetria, sembra tesa a realizzare un progetto di società fatta di pari, di simili, di fratelli, fra i quali nessuna mediazione è più possibile e la conflittualità necessariamente esplode.
Questa trasformazione è conseguenza anche delle riforme di diritto di famiglia che dal 1975, data dalla quale si è sancita anche nel codice civile una doverosa parità a tutti gli effetti tra i coniugi, arriva sino al 2006 data nella quale con la riforma dell’affidamento condiviso si è tentato di dare pari dignità ai coniugi come genitori sancendo anche, in conformità al disposto delle numerose convenzioni internazionali sul punto la necessità di dare voce ai minori ed alle loro esigenze. Tuttavia si potrebbe osservare che un impianto giuridico di questo tipo, certamente condivisibile al punto di vista teorico in quanto da rilevanza a ciascun singolo membro della famiglia, presuppone una maturità sociale ed un senso di responsabilità dei singoli che invece, purtroppo, non si riscontra così facilmente in questa società edonista e consumista.
Su rileva infatti che proprio al discredito – legato a tale trasformazione – dei concetti di limite, di rispetto e di responsabilità individuale, siano riconducibili i fenomeni che osserviamo quotidianamente. Per quanto riguarda i genitori, il privilegiamento degli aspetti affettivi della relazione tra partner e con i figli a scapito di quelli normativi, con notevoli difficoltà nell’assunzione del loro ruolo educativo e la tendenza a porsi in modo paritetico rispetto ai figli, al fine di evitare una conflittualità che non sembrano più in grado di sostenere; conseguentemente, dalla parte dei figli, una grande difficoltà ad acquisire il senso del limite, che genera l’illusione che tutto sia possibile e la pretesa che tutto sia concesso, con la conseguenza di non essere più in grado di fare delle scelte assumendosene la responsabilità e di restare eterni adolescenti, incapaci di reggere la minima frustrazione.
Un altro elemento che pare sottenda le attuali modalità di rapporto genitori-figli è l’atteggiamento narcisistico dei genitori, sostenuto anch’esso dal narcisismo sempre più diffuso nel contesto sociale, che attribuisce un peso sempre maggiore all’immagine. Sembra di poter osservare come alcune scelte fatte dai genitori per i loro figli (ad esempio un numero sempre maggiore di impegni sportivi e culturali) siano sempre più diffuse e poggino su un narcisismo che porta a sostenere la propria immagine su quella del figlio, costretto a fare sempre più cose per esaltare l’immagine dei genitori. Anche le rivendicazioni sempre più frequenti dei padri – a partire dall’affido congiunto – nei confronti dei figli sembrano sostenute dal narcisismo, più che da un reale desiderio di assumersi maggiori responsabilità nei loro confronti.
Tale situazione di disgregazione interna dei ruoli familiari dove il “maschile” che rappresenta la funzione normativa l’autorità ed il limite non viene esercitato più da nessuno dei due coniugi, va poi vista alla luce dei dati sull’instabilità coniugale e delle relazioni sentimentali -anche non caratterizzate dal matrimonio-, instabilità che pur di fronte alla crisi economica non accenna a stabilizzarsi e che porta oltre a complicazioni di carattere relazionale sia per i partner che per i figli, a pesanti conseguenze anche sul piano economico, con ricadute sociali di non poco momento.
FAMIGLIA ED ECONOMIA “L’Italia fatta in casa?”
Il recentissimo saggio di Alberto Alesina e Andra Ichino dal titolo “L’Italia fatta in casa” (Mondatori –Strade Blu- novembre 2009) ci da ancora una volta la misura di come nel bene e nel male l’economia del paese sia fondata anche sui servizi forniti dalle famiglie al loro interno, perlopiù a scapito del tempo e della carriere delle donne e ci induce ad una riflessione sulle scelte politiche che occorre fare per coniugare meglio famiglia e mercato o meglio oggi famiglie ripresa economica.
Ad esempio gli autori citati richiamano una ricerca del politologo di Harvar Robert Putman il quale studiando le differenze sociali tra nord e sud Italia individua il concetto di “capitale sociale” intendendosi per tale “la fiducia reciproca tra i concittadini, la capacità di collaborare in modo costruttivo per il bene comune e la volontà di partecipare ad attività sociali per la gestione di servizi e beni pubblici” rilevando che più è fronte la coesione familiare e la sfiducia verso tutto ciò che non si svolge nell’ambito delle relazioni parentali e minore è il tasso di capitale sociale e dunque di sviluppo di servizi e beni pubblici.
Una efficace politica sociale per le famiglie dovrà quindi a mio parere riversare un po di riscorse dalla gestione delle situazioni marginali e di disagio grave, che fortunatamente non incidono numericamente in modo così rilevante, a favore delle famiglie “normali” fornendo servizi e sostegno sia nell’aera minori che nell’area anziani che permettano alle donne di restare –o di accedere- al mercato del lavoro anche quando la famiglia deve affrontare una emergenza sanitaria o di cura per i suoi soggetti deboli (minori anziani handicappati malati cronici).
Questo è un po il contrario di quanto fatto sino ad oggi dalla maggioranza di sinistra che ha sempre dedicato attenzione alle fasce debolissime (con enormi costi rispetto ai modesti risultati ottenuti) a scapito delle famiglie ”normali” che hanno dovuto arrangiarsi sacrificando perlopiù le donne il che secondo tutti glie economisti è fattore delle scarso sviluppo economico del nostro paese rispetto ai nostri concorrenti europei. La cosa è evidente con un esempio banale fatto dagli economisti nell’introduzione del saggio citato laddove affermano che: “Quando cuciniamo gli spaghetti per la cena facciamo un lavoro il cui valore non viene incluso nel conteggio statistico del PIL. Se invece di cucinare andassimo a mangiare gli spaghetti al ristorante il lavoro di chi li prepara e di chi ce li serve sarebbe incluso nel PIL”.
Occorre quindi ce concentriamo la nostra attenzione sulla fornitura di servizi alle famiglie “normali” affinché anche le donne che oggi li erogano al posto dello Stato possano invece dedicare il loro tempo a lavori produttivi.
Il governo a tale proposito sostiene la politica della tassazione secondo il quoziente familiare (sul punto si richiama la dettagliata relazione della Dott. Fulvia Flocco, Consigliere presso la presidenza del Consiglio del viceministro Giovanardi) pur ricordando che la Regione per l’addizionale Regionale potrebbe invece adottare un sistema più avanzato proposto dagli economisti sopra citati (Alesina e Ichino) che per facilitare l’accesso delle donne al mercato del lavoro propongono una tassazione con aliquota inferiore per i rediti femminili che compenserebbe il gettito complessivo con una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Avv. Giulia Facchini



