Province con l’acqua alla gola Al Piemonte servono 24 milioni
Riportiamo l’articolo, a firma di Stefano Rizzi, pubblicato su “Lo Spiffero” il giorno 8 luglio 2017
Servono ancora 300 milioni di euro per mettere in sicurezza Province e Città Metropolitane, consentendo agli enti di svolgere le loro funzioni, ma anche – in moltissimi casi – di chiudere il bilancio. Solo in Piemonte di milioni se occorrono circa 24: se grazie agli stanziamenti disposti dalla manovrina se la cavano per il rotto della cuffia Cuneo, Biella e Novara, 8 milioni ciascuno necessitano Alessandria e Asti, 6 al Verbano-Cusio-Ossola e un paio a Vercelli. Ieri i sindaci delle Città Metropolitane hanno lanciato un pesante ultimatum al Governo. Assenti le due prime cittadine grilline Chiara Appendino (che ha mandato il suo vice Marco Marocco) e Virginia Raggi che alla war room ospitata dal loro collega milanese Beppe Sala i sindaci – da quello di Bari Antonio De Caro che è anche presidente di Anci, al napoletano Luigi De Magistris, dal primo cittadino di Firenze Dario Nardella a quello di Catania Enzo Bianco – hanno mandato al premier Paolo Gentiloni un messaggio chiaro: se non saranno ricevuti a Palazzo Chigi prima delle vacanze ci saranno “proteste eclatanti e imprevedibili”.
A non aver ancora chiuso i bilanci restano quattro Città Metropolitane: Milano, Messina, Catania e Palermo. Le altre applicando un criterio di solidarietà – non sono ancora riuscite a chiudere conti e per questo “con un gesto di solidarietà tra sindaci”, le altre città metropolitane hanno deciso di non ripartire il fondo nazionale in modo proporzionale, ma di usarlo proprio per permettere a queste quattro città di chiudere il bilancio. L’ex Provincia di Torino ha dato il via libera al bilancio di previsione qualche giorno fa. Illustrando il documento, che pareggia a 836,530 milioni, il vicesindaco metropolitano Marocco ha spiegato che l’avanzo applicato supera i 30 milioni di euro, con accantonamento di circa 6 milioni vincolati ad investimenti. Ma ha sottolineato come restino sempre “troppo ingenti e pesanti i prelievi da parte del Governo centrale, che di fatto impediscono libertà di manovra per lo sviluppo della città metropolitana”.
Linea dura, quindi, quella dei sindaci metropolitani. Lo stesso successore di Matteo Renzi a Palazzo Vecchio ha rimarcato come “è da marzo che abbiamo chiesto un incontro al premier e crediamo, dato che rappresentiamo 20 milioni di italiani, di avere diritto ad un incontro risolutivo con lui, che non può essere rinviato a dopo la pausa estiva”. Se questo incontro non si dovesse tenere o fosse rimandato, “concluderemo che le Città metropolitane non sono una priorità per il Governo”.
Lo stesso Governo che sulla questione è stato investito pochi giorni fa dalla Camera dell’impegno a risolvere il problema del finanziamento delle funzioni fondamentali delle Province. Una mozione del Partito Democratico impegna l’esecutivo a “individuare le risorse adeguate a copertura delle funzioni statali assegnate in base all’analisi reale dei fabbisogni standard”, a “verificare che il processo di riordino delle funzioni regionali assegnate dalle regioni alle Province e Città metropolitane sia garantito da una copertura finanziaria”, così come ad “adottare ogni iniziativa che consenta, a partire dal 2018, di ristabilire la piena autonomia economica, finanziaria e organizzativa”. Un serie di punti che, ad oggi, si possono sostanziare in numeri: trovare entro l’assestamento di bilancio dello Stato i soldi che servono ad evitare che le Province, e con esse le Città Metropolitane, debbano issare la bandiera bianca davanti alle casse al verde.
“È chiaro come dopo l’esito del referendum del 4 dicembre che ha mantenuto in essere le Province, occorre dare una risposta strutturale alla finanza di questi enti, soprattutto per non lasciare soli gli amministratori che stanno assicurando l’erogazione di servizi indispensabili alla collettività in condizioni di oggettiva difficoltà” afferma Enrico Borghi, deputato del Pd, tra i firmatari della mozione. “L’indirizzo che abbiamo fornito, come Parlamento, è molto preciso, ora tocca al Governo agire nel più breve tempo possibile” aggiunge il parlamentare che è anche presidente dell’Uncem, l’Unione nazionale Comuni ed enti montani. Che per mettere in condizione le Province di operare “senza andare oltre una sorta di minuto mantenimento” come precisa Borghi, servano (almeno) 300 milioni non è qualche lamentoso amministratore, ma “lo attestano dati elaborati dal Sose”, la società del ministero dell’Economia e di Banca d’Italia per gli studi di settore e l’analisi strategica.
La manovrina con 150 milioni per le funzioni primarie ed altrettanti per la viabilità ha portato un’utile, ma nient’affatto sufficiente boccata d’ossigeno agli enti nei confronti dei quali la finanziaria 2015 (con la prospettiva dell’abolizione totale, con la riforma, delle Province) aveva calato la scure con tagli nell’ordine dei 600 milioni. Adesso sono stati stanziati 100 milioni per le Città Metropolitane, quel fondo che i sindaci hanno deciso di non ripartire proporzionalmente ma impiegare con logica solidaristica al fine di consentire il completamento della chiusura dei bilanci. “Con 100 milioni in più si salvano le Città Metropolitane, non le Province” ha twittato polemicamente Borghi. Per il deputato ossolano, impegnato sul fronte dei territori spesso “dimenticati” e autore del libro Piccole Italie, dedicato alla questione delle aree interne, “lasciare i territori a se stessi è un clamoroso errore politico”. Dal quale non si salva neppure il suo partito: “Anche nel Pd c’è chi ancora guarda alle grandi città, contrapponendole ai territori. Forse pensa che nelle metropoli ci sia il bacino elettorale. A chi ha questa visione, mi permetto di ricordare che Torino, Roma, Napoli, non sono più governate dal Pd”.
La strada, a detta di Borghi, non è quella della contrapposizione, o dello strabismo che non fa vedere le province intese come territori e concentra lo sguardo sulle grandi città, bensì l’integrazione. “Per farlo basta leggere la storia e vedere cos’ha fatto la Democrazia Cristiana, su questo tema, con Fanfani e Vanoni”. Ma è lo stesso istituto della Città Metropolitana che non piace affatto al deputato dem: “Al massimo in Italia dovrebbero essere tre: Milano, Roma e Napoli. Che senso ha una Città Metropolitana come quella di Torino che va da Chivasso a Moncenisio?”.



