Governo, ultimo atto
Redazione – Periodicamente, nella storia del nostro Paese, sembra che sia necessario ricordare il bisogno di giustizia, moralità, rispetto per il lavoro e per la nostra nazione. Periodicamente, nella storia del nostro Paese, sembra che gli italiani si votino al trasformare in realtà la commedia dell’arte. Quelle maschere, che rappresentano caratteri di riverenti o astuti servi. Ossequiosi dei potenti, che cercano di sopravvivere con un po’ di trucchi. Servi di mille dominatori, da una parte. Geniali inventori, artisti, scienziati, artigiani, dall’altra. Questa perenne recita, che ha portato, per incompetenze palesi e servili silenzi, il nostro Paese ad uno stato di immobilità, è giunta al suo momento del cambio di scena drammatico, parlando in senso teatrale.
Delusi e rinunciatari, umiliati e offesi, tornano a sentirsi legati dal sentimento nazionale. Qualcosa di diverso da sentimenti del passato? No. Perché? Perché qualcuno non ha fatto nulla per pensare al bene comune. Ora, questi signori, che sfiorano l’orlo del ridicolo, dicono “siamo pronti alla sfida”, come in un romanzo di cappa e spada. Una opposizione, che non ha saputo proporre alcuna alternativa dice “siamo pronti alla sfida”? Quale? Quella della propria sopravvivenza? E chi ci crederebbe? Chi è disposto a credere che signori che hanno fatto ben poco, se non dare un filino di ossigeno per la stretta sopravvivenza del Paese, sia credibile? Chi pensa che sia possibile che partiti, lacerati al proprio interno, siano in grado di guidare una impresa? Chi, poi, crederebbe mai in un partito, che ha fatto dell’incompetenza e dei no la propria bandiera?
Matteo Salvini lo sa. Così, come avrebbe riportato il Presidente del Consiglio, il Ministro Salvini avrebbe chiesto di “monetizzare” i propri consensi. Salvini, da parte sua, dice che a forza di no è disposto a mettersi in gioco, poiché è meglio perdere la poltrona piuttosto che far finta di governare. Meglio, dunque, la parola agli Italiani. Calcisticamente parlando, Matteo Salvini vince la partita. Anzi, merita di vincere la partita, perché ha saputo ragionare bene, mettendosi in gioco.
Ora bisogna sapere a quale prezzo andremo avanti. Meglio. A cosa esattamente andiamo incontro. No. Non è né vigliaccheria né paura. A noi viene chiesto di scegliere della nostra vita e della nostra nazione. Bene. Definiamo cosa sia il bene comune a cui vogliamo andare incontro. Cosa sia “la persona al centro”, che, per noi non è uno slogan. Come ci verranno “rotte le scatole”, perché accadrà. Abbiamo paura? No. Anzi. Vogliamo guardare in faccia la realtà, perché non siamo vigliacchi, né recitiamo in una versione farsa della commedia dell’arte (cosa già fatta). Ora è il momento della realtà. Il sano realismo dei fatti. Questo domandiamo.
Domandiamo di lavorare, di poter lavorare, di costruire questa Nazione, che noi non denigriamo (a differenza di alcuni nostri connazionali insoddisfatti). Il mondo sta cambiando, in fretta. Diverse sono le scelte: o servi sciocchi, o servi di due padroni o liberi. Per cosa? Noi rispondiamo “per il bene comune” e per mettere la persona al centro, ma non al centro di nulla.
Come vale per la nostra Nazione, vale lo stesso per la nostra città. Qualche settimana fa furono invocati gli stati generali. Così avevamo risposto, pronti, “eccoci”. Mentre Chiara Appendino dice “per noi non cambia nulla”, mentre il Ministro prende tempo (ancora) per la città della salute, per noi è ora di cambiare. Attendiamo (ancora) notizie in vita.



